L’immagine di un ragazzo che corre dietro ad un pallone evoca ricordi legati alla nostra infanzia ed adolescenza.
La potenza, la spensieratezza la gioia di correre viene liberata dalla voglia di inseguire un pallone.
All’età di quattordici anni io provenivo da un mondo dove il pallone era la massima espressione di gioco praticabile possibile.
Trapiantato in un ambiente cittadino, con pochi amici o conoscenti, un giorno fui introdotto in un ambiente totalmente a me sconosciuto: Il Circolo Tennis L’Aquila. Lo sport che andavo ad osservare a dire il vero all’inizio non suscitò una particolare eccitazione. Rispetto al movimento che ero abituato ad eseguire con il pallone, questo tennis mi sembrava piuttosto statico e monotono, ma nonostante ciò una istintiva forma di competizione mi spinse a sondare un panorama ed un ambiente a me sconosciuto.
L’acquisto della racchetta
Nell’estate del 1972, dopo una adeguata ricognizione dell’ambiente, mi decisi ad acquistare una racchetta di legno. La scelta, per ovvi motivi sia economici che tecnici, cadde su una Maxima Alba con corde in nylon e tre candide palle Pirelli.
La racchetta non permetteva ovviamente delle grosse prestazioni che d’altra parte erano ancora ben lungi dall’affiorare. Rimase ottima compagna di interminabili giornate passate contro un muro instancabile ed invincibile!
Qui a L’Aquila, si sa, l’estate non dura molto e con l’arrivo della neve, a quei tempi abbondante, si riduceva o scompariva la possibilità di giocare a tennis.
L’apprendistato
L’estate successiva si annunciava foriera di interessanti stimoli.
Giornate intere passate al circolo a riproporre mentalmente e fisicamente dei gesti tecnici ripetuti all’ossessione. Cercavo di porre in atto i consigli e suggerimenti del mai dimenticato maestro Marino Bon ed osservavo gli allenamenti degli atleti più dotati tecnicamente. Cominciavo a capire meglio le dinamiche del gioco e le inimmaginabili variazioni da imprimere alla pallina da tennis. Verso la fine della stagione feci un salto di qualità andando ad acquistare una prestigiosa racchetta: Dunlop Maxply.
In questo sport, se bastasse acquistare un modello migliore di racchetta, saremmo tutti dei campioni!!
E l’estate del 1973 se ne passò palleggiando contro il muro del circolo tennis ed insieme a coetanei speranzosi (Maurizio Di Bitonto, Paolo Cardigno, Stefano Vespa, Paolo Arduini, Fabrizio Panella ecc.) 3).
L’era agonistica
Il 1974 segna l’inizio della fase agonistica con la partecipazione ai primi tornei ufficiali. Tutti i colpi che si riescono ad eseguire in maniera più o meno adeguata durante gli allenamenti magicamente si trasformano in ostacoli ed incertezze durante una partita di torneo.
Si viene a conoscenza di un sentimento imprevisto ed impensabile che è la paura di sbagliare! E’ una sensazione che attanaglia lo stomaco, rende il braccio più rigido, in qualche caso ingentilisce le gambe ed offusca il cervello. Non trovo difficoltà nel riconoscere questa complessa sintomatologia anche adesso che mi avvicino ai cinquanta anni!
Con queste premesse la mia prima partita ovviamente terminò con un secco 6/0-6/1 inflittomi da un gioviale quarantenne pallettaro, tal Iatosti da Avezzano, nonostante gli sforzi da me profusi.
Era il mese di Giugno 1974 e, torneo dopo torneo, anno dopo anno mi sono ritrovato nel 2004 con un bagaglio di prestazioni, conoscenze, amicizie, invidie, malumori, gioie ineffabili, crisi depressive e di sconforto, sensazioni di rivalsa e quant’altro il panorama dei sentimenti umani può offrire sempre mediati da un attrezzo meccanico che, dal caldo legno di un tempo, s’è trasformato via via con mezzi tenologicamente più avanzati (alluminio, ceramica, grafite, kevlar).
La nascita del Museo...
A settembre 2004 prende piano piano corpo l’idea di raccogliere ed organizzare il materiale via via accumulatosi; dapprima la necessità di organizzare le circa 200 racchette in legno e nasce l’idea del Cellini Tennis Museum L’Aquila. Su apposito disegno, viene commissionata una preziosa ceramica al laboratorio delle ceramiche di S. Bernardino rappresentante il logo del Museo. Attorno alla ceramica vengono disposte le prime 26 racchette. In 4 mesi di lavoro viene approntato un mobile in noce delle dimensioni di 292x80x90 cm. All'interno viene disposta una originalissima rastrelliera a pressione con 134 alloggiamenti per racchette. Una rastrelliera permette l'affiancamento su 4 file dei fusti delle racchette disposte in maniera trasversale, opportunamente illuminate dall'alto con 4 fari alogeni.
Davanti agli occhi del visitatore si avvicendano originali modelli di racchette in legno, che, con la loro calda essenza, hanno fatto vibrare i cuori sia di grandi campioni del passato (Budge, Lacoste, Leglen, Kramer, Gonzales, Pietrangeli, Laver, Rosewall, Roche, Borg, Panatta, Mc Enroe) sia di tutti noi più comuni, anonimi e generosi tennisti.
Occorrono altri 2 mesi per realizzare una ulteriore struttura circolare in legno. Intorno ad una preziosa ceramica raffigurante il logo del Museo Cellini, si sviluppa una teoria di stupende racchette d'epoca, impreziosita da fini artigianali ganci in cuoio.
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